GRAMSCI E ROSSELLI
Fabio Vander, Che cos'è socialismo liberale? Rosselli, Gramsci e la rivoluzione in Occidente, Roma-Bari-Manduria, Piero Lacaita Editore, 2002, pp. 131
GRAMSCI E ROSSELLI
Di Guido Liguori
Non è facile parlare dell'ultimo lavoro di Fabio Vander, Che cos'è socialismo liberale? Rosselli, Gramsci e la rivoluzione in Occidente (Lacaita, 2002, pp. 131). La difficoltà nasce dal fatto che il libro contiene, e a volte confonde, piani diversi: il piano della ricostruzione del pensiero politico dei due pensatori in questione e il piano della polemica contro le più recenti letture del Socialismo liberale, il piano dell'indagine (implicita) su cosa sia "liberalismo" e cosa sia "socialismo" e il piano dell'indicazione politico-culturale per superare le attuali secche della sinistra, italiana e non.
Sacrosanta è certo la polemica dell'autore contro chi di recente ha voluto agitare il nome di Carlo Rosselli come un'arma contro un certo modo di essere - ritenuto "vecchio"
- della sinistra, contro il movimento operaio, contro una politica ancora collegata a un'ottica di classe. Perché Rosselli, almeno l'ultimo Rosselli, era certo molto più "a sinistra" di quanti oggi pretendono di rifarsi al suo insegnamento, spesso non andando al di là del titolo della sua opera più famosa, Socialismo liberale. Questo libro, scritto nel 1928-'29 e pubblicato l'anno seguente in Francia, apre il periodo più "rivoluzionario" della vita di Rosselli. Evocazione della "rivoluzione proletaria", frontismo antifascista, riavvicinamento (sia pur sempre critico) ai comunisti, solidarietà di fondo, anche giustificazionista in qualche tratto, verso l'Urss staliniana come baluardo contro il nazifascismo, ne sono i tratti distintivi, che porteranno tra l'altro anche alla rottura col vecchio maestro Salvemini.
Ma se questo è vero - ecco che nasce una prima domanda - come fa Vander a collocare il nome di Rosselli in relazione a quelli di tanti autori dell'oggi (da Bobbio a Rawls, da Dahrendorf a Sen, a Lukes), certo rispettabili e da cui tutti hanno anche da imparare, ma che sono i numi tutelari di un'altra idea di sinistra, aclassista, fondata comunque su un'antropologia individualista, anche se di un individuo alla ricerca di forme di solidarietà con i suoi simili? È, in ogni caso, una linea di pensiero a cui Gramsci non appartiene e a cui Rosselli appartiene solo nella misura in cui si consideri solo il lato più liberale della sua proposta politico-teorica, facendo astrazione dalle suoi ultimi approdi classisti.
Vander impernia il suo discorso proprio su una forte consonanza tra Gramsci e Rosselli, giungendo ad affermare che "la specularità dei pensieri di Rosselli e Gramsci è, quanto all'essenziale, assoluta" (p. 79). Affermazione discutibile, come vedremo, anche se non poggiata sul vuoto assoluto. Momenti di vicinanza, nel pensiero dell'uno e dell'altro pensatore, è possibile trovarne. Vander ad esempio ricorda come Rosselli già nella sua tesi di laurea (1921) scrivesse: "come nelle guerre moderne in luogo delle ardite manovre, delle avanzate fulminee e delle ritirate disordinate e terribili si è sostituita la logorante lotta nei trinceramenti, con le avanzate lente, difficili, ma sicure, così anche il movimento operaio giunto alla sua maturità abbandona i vecchi metodi della guerra manovrata e avanza lentamente, faticosamente: ma avanza". È dunque sul passaggio dalla guerra manovrata alla guerra di posizione, dall'Oriente all'Occidente (più volte richiamato da Rosselli), cioè sulla comune ricerca di una rivoluzione diversa da quella del modello sovietico, che sarebbe costruita la convergenza tra i due.
Questo elemento, pur vero, viene però dilatato dall'autore, che arriva a scrivere: "Rosselli e Gramsci si incontrano, oggettivamente, là dove il liberalismo fa i conti con la rivoluzione e il comunismo li fa con la democrazia; per dirla con il Rosselli di Socialismo liberale: "il socialismo deve tendere a farsi liberale e il liberalismo a sostanziarsi di lotta proletaria"" (p. 61). In questo brano, e in altri analoghi, va perso - a me sembra - il rigore dell'analisi e anche della terminologia, in favore di un auspicio per il futuro vago e indeterminato. Cosa voglia dire, in questo contesto, "sostanziarsi" o "fare i conti", cosa significhino esattamente termini come "liberalismo", "comunismo" e "democrazia", non è agevole capire.morale". Ma Rosselli è anche altro. Negli anni venti ammira soprattutto il Labour Party inglese, è influenzato da Henri De Man (che nei Quaderni Gramsci giudica un caso di "teratologia intellettuale"), vuole superare il determinismo marxista sincreticamente (l'accusa di sincretismo sarà di Croce), innestandovi motivi di quel liberalismo che aveva certo influenzato il giovane Gramsci ma che questi soprattutto dopo l'Ottobre e con il "biennio rosso" aveva compiutamente superato. Rosselli è antimarxista, simpatizza per Bernstein. Non riduce certo il liberalismo a liberismo, e tuttavia non mette in discussione fino in fondo l'egemonia del mercato e della forma merce, pur auspicando l'intervento riequilibratore dello Stato. Un classico socialista riformista, magari più radicale e lungimirante di altri (come il Lobour di allora, appunto).morale". Ma Rosselli è anche altro. Negli anni venti ammira soprattutto il Labour Party inglese, è influenzato da Henri De Man (che nei Quaderni Gramsci giudica un caso di "teratologia intellettuale"), vuole superare il determinismo marxista sincreticamente (l'accusa di sincretismo sarà di Croce), innestandovi motivi di quel liberalismo che aveva certo influenzato il giovane Gramsci ma che questi soprattutto dopo l'Ottobre e con il "biennio rosso" aveva compiutamente superato. Rosselli è antimarxista, simpatizza per Bernstein. Non riduce certo il liberalismo a liberismo, e tuttavia non mette in discussione fino in fondo l'egemonia del mercato e della forma merce, pur auspicando l'intervento riequilibratore dello Stato. Un classico socialista riformista, magari più radicale e lungimirante di altri (come il Lobour di allora, appunto).
La vera radicalizzazione di Rosselli avviene sul piano politico, più che su quello teorico, negli anni trenta. Di fronte all'espandersi dei fascismi, è sospinto verso l'unità delle sinistre. Parla di rivoluzione antiborghese, ma è la rivoluzione antifascista a costituire il vero orizzonte del suo pensiero e della sua azione più maturi. Non giunge a mettere in discussione il capitalismo come tale, ma le sue manifestazioni più perverse. Per questo Gramsci è comunista (anche se originale), Rosselli no. Non pare distinzione da poco. Nel capitolo del libro dedicato a Gramsci, poi, Vander traccia un profilo del comunista sardo a mio avviso molto contestabile. Lasciando da parte i duri giudizi su Togliatti e il Pci - "dopo il 1944 il Pci fu una delle colonne del trasformismo consociativo; ma questo dimostra solo che la storia del "partito nuovo" di Togliatti è radicalmente (e consapevolmente, in Togliatti) anti-gramsciana" (p. 94) -, che già erano in precedenti lavori di Vander, e che mi sembrano inaccettabili, troppe affermazioni sembrano francamente azzardate e anche superficiali. Per fare un esempio, non si prende atto di come dall'inizio degli anni venti il giudizio sul giacobinismo sia in Gramsci positivo, sulla scorta delle suggestioni di Mathiez e dei suoi parallelismi con la Rivoluzione russa. Certo, Gramsci vede anche i limiti di classe di un movimento che resta borghese, ma vi vede anche una alleanza città-campagna di cui nel Risorgimento si sentirà la mancanza, tanto che "giacobinismo" diviene una categoria politica tutt'altro che negativa nei Quaderni (in ogni caso, il "diritto di coalizione" di cui parla Gramsci a proposito dei limiti storici del giacobinismo è riferito ai diritti sindacali del nascente quarto stato, e non ad alleanze transclassiste e transpolitiche). Ancora, affermare che il discorso sul moderno Principe sia rivolto non al partito della rivoluzione ma a tutti i partiti moderni, sembra affermazione errata e indifendibile. Ma, soprattutto, dare troppo per scontato che il modo di Gramsci di intendere e giudicare la democrazia sia lo stesso nostro oggi produce fraintendimenti rilevanti. Gramsci giudica negativamente la democrazia parlamentare. La sua teoria dell'egemonia è solo la premessa all'accettazione della stessa, che sarà Togliatti a operare (ma, come si è visto, Vander si preclude una valutazione equilibrata di questo processo). Dire che in "egemonia, consenso e democrazia sono in Gramsci concetti comuni se non coincidenti" (p. 114) è quantomeno azzardato: Gramsci non ha avuto la possibilità di svolgere - sul piano storico e sul piano teorico - questo processo, appena iniziato.
Infine, noi oggi possiamo e dobbiamo distinguere ancora con forza - benché il "pensiero unico" pretenda il contrario - tra liberalismo, democrazia e socialismo. Come dobbiamo distinguere tra il socialismo riformista (anche se radicale nel combattere il fascismo) di Rosselli e il comunismo potenzialmente democratico di Gramsci. Fare di quest'ultimo un laburista di sinistra non è rendergli un buon servizio. Resuscitare il "liberalismo" rivoluzionario di Rosselli ha poco senso per chi si rifaccia al pensiero gramsciano. I due discorsi hanno qualche punto di contatto, ma nella sostanza restano distinti. Indice:
Premessa
INTRODUZIONE
Che cos’è socialismo liberale?
PARTE PRIMA
Rosselli 1: democrazia e rivoluzione fino a Socialismo liberale
Rosselli 2: da Socialismo liberale agli anni ’30
PARTE SECONDA
Gramsci 1: la “rivoluzione in Occidente” negli scritti pre-carcerari
Gramsci 2: democrazia e rivoluzione nei Quaderni
Indice dei nomi
